Lavorare in Inghilterra, tra la leggenda di El Dorado e le fattive difficoltà

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londra vista dall'alti

londra vista dall'altiIl mito dei giorni moderni, quello che l’America ha rappresentato per i nostri nonni, è a distanza di due ore e poco più di volo. L’Inghilterra e – più precisamente – Londra.

Il sistematico stupro che anni di malapolitica e scelte scellerate da parte della classe dirigente hanno perpetrato nei confronti del mercato del lavoro italiano ha messo migliaia di giovani in un angolo, guardare i siti di prenotazione di voli aerei e immaginare che, nella frizzante aria fredda e sotto il cupo cielo che sovrasta il Big Ben, forse un’occasione per una vita diversa esiste anche per loro.

Non è tutto oro quel che luccica. Non esiste il paradiso dei giovani che dopo un paio d’anni possono dirsi realizzati lavorativamente. Non è vero nemmeno che basta trovarsi un posto come lavapiatti (fateci caso: ma davvero a Londra hanno tutti questi piatti da lavare?) per vivere al massimo delle proprie aspirazioni e nel pieno rispetto di sé stessi. Ma è anche vero che peggio del mercato del lavoro italiano difficilmente si trova in Europa.

Chiara Ciresa era una di quei giovani ragazzi che negli italici stenti ormai endemici non riusciva più a starci. Era una di quelle che hanno preso il volo. E ora è talmente felice da volerlo raccontare in un libro. “Diario di un’infermiera italiana in Inghilterra: Guida di sopravvivenza tra agenzie di recruitment, NMC, lavoro e vita all’estero” (disponibile su Oceanon) si prefigge di essere una sorta di manuale di sopravvivenza per chi decide che la sua vita può spiccare il volo lontano dal Belpaese.

Ti è mai successo di guardare la tua vita, il tuo lavoro, i tuoi obiettivi e pensare “Non ci siamo, non è questo ciò che voglio”? Ti sei mai fermato a ragionare su cosa sia davvero importante per te, e non per chi ti sta attorno? Ti sei mai chiesto se sei felice, realizzato, completo, qui ed ora? Io la mia risposta l’ho trovata in una mail. No, non ero soddisfatta. Sì, volevo di più. E in un pomeriggio di Febbraio, ho deciso di rischiare. Mi sono buttata, lanciata nel vuoto, e ad aspettarmi alla fine di quel salto c’era un morbido materasso chiamato Inghilterra. Non è tutto oro ciò che luccica, questo ora lo so, ma oggi, dopo tre anni da quel salto, mi guardo allo specchio e mi dico “Sì, sono felice! E Sì, mi sento realizzata”. E tu, che stai aspettando?